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La violenza dello Stato ha tante facce. Spacchiamole tutte!

Martedì 5 luglio alle 6.15 decine di guardie in borghese, con il supporto dei vigili del fuoco, sono entrate a berta, invadendo il giardino nel giro di qualche minuto.
La sola presenza fisica di una cinquantina di uomini cis bianchi e violenti, che in più erano guardie di ogni tipo (carabinieri, polizia, ros, digos, celere, vigili del fuoco ed operai), è emblematica di tutti i livelli di violenza che lo stato agisce contro gli spazi liberati, antifa, transfemministi, ecologisti ed antispecisti.
Nei primi minuti dello sgombero si sono interfacciati con le tre persone presenti al piano terra (due ragazze ed un ragazzo) chiudendole in una stanza, sequestrando loro i telefoni (nonostante le richieste di chiamare l’avvocato, rifiutate) e restituendoglieli solo dopo quella che loro definivano “operazione speciale” (ahah), ovvero la presa del terrazzo.
Di fronte alla nascita di resistenze, hanno preso le due ragazze presenti e le hanno sottoposte ad una perquisizione completa (con tanto di squat) con finalità punitiva disciplinante, senza dichiarare il motivo della perquisizione (infatti è stato perquisito solo il corpo, non borse ed altri effetti personali), e senza rilasciare alcun verbale. Non essendoci nessun provvedimento di perquisizione personale, questa si è configurata come atto illecito, un abuso con la finalità di umiliare.
Infatti, la perquisizione è avvenuta in modo volutamente arbitrario, nei confronti di sole due persone, agendo quindi la solita individuazione di quelli che vengono ritenuti i soggetti meno disciplinati che, di conseguenza, vengono isolati e colpiti.
Lo Stato ha agito con un’operazione in grande stile, con la totale complicità delle istituzioni (regione lazio in primis), le quali pensano di sgravarsi dal ruolo repressivo loro intrinseco delegando le azioni di polizia alla macchina repressiva dello stato. noi vogliamo invece riaffermare con forza che le responsabilità sono inscindibili e condivise e che stato e istituzioni, ovvero potere statale e politico, sono complici delle stesse brutture, dentro le città così come alle frontiere e nei non luoghi delle carceri.
L’obiettivo dell’operazione di martedì è stato di soffocare l’esperienza di Berta nel minore tempo e resistenza possibili. Questo dimostra che, al di là di via della Caffarella 13, lo Stato e le sue istituzioni hanno timore dei semi che stiamo spargendo e delle tempeste che nasceranno “da ogni singola goccia”.
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La rivoluzione ecologista non si sgombera – Comunicato dal corteo post sgombero

Ieri mattina (5 luglio), con un’operazione massiccia delle FDO, nella quale le istituzioni di governo sono rimaste silenti, la Laboratoria Ecologista Autogestita Berta Cáceres è stata sgomberata dai locali di via della Caffarella 13, dove aveva costruito una casa per le lotte ecologiste e uno spazio aperto al territorio.
Si tratta del secondo sgombero dallo stesso posto nel giro di cinque mesi – di cui tre passati dentro a via della Caffarella. Mesi in cui è sbocciata una realtà politica in profonda simbiosi con il luogo liberato e restituito a tutt3, sottratto alla mortifera gestione della Regione Lazio. A partire da qui, è cresciuta una sperimentazione di ipotesi di futuro e presente diversi, in contrasto con la realtà di violenza sociale e di crisi climatica che viviamo tutti i giorni nelle strade di Roma. Nell’oggi funestato da incendi, siccità, morti legati alla catastrofe climatica, violenza sui corpi non conformi, inflazione feroce, lotta senza quartiere alla povertà, questa sperimentazione non è auspicabile: è necessaria.
Per esprimere la rabbia per l’ingiustizia che questo sgombero rappresenta ieri pomeriggio abbiamo occupato le strade della città con parole, idee, passioni e coraggio. La città ha dimostrato di riconoscere l’importanza del progetto della Laboratoria partecipando e condividendone la rabbia e il cammino.
Si è partit3 dalla Regione Lazio, denunciando la pochezza politica di quell’istituzione, involucro di cemento che protegge con la violenza interessi nemici. Da lì, sfilando per le vie di Garbatella e comunicando con il quartiere ci siamo pres3 una rivincita contro il Ministero della Transizione Ecologica, che ha i seggi sporchi del nostro sangue, a partire da quello dei morti della Marmolada. Ci siamo ripres3 infine la nostra casa, i sanpietrini dell’Appia antica, bloccando con determinazione il traffico e avanzando fino all’imbocco di via della Caffarella.
Hanno tolto lo spazio fisico alla Laboratoria, ma ciò che in quello spazio è nato non si può togliere, né fermare. Le iniziative programmate per i prossimi giorni avranno luogo in altri spazi, mentre l’azione politica continuerà esattamente sugli stessi temi.
LA RIVOLUZIONE ECOLOGISTA NON SI SGOMBERA!
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Roma brucia, le istituzioni tacciono, la polizia sgombera. Berta resiste!

A due mesi dalla rioccupazione, questa mattina la Laboratoria Ecologista Transfemminista Berta Càceres, in Via della Caffarella 13, è stata sgomberata dalla polizia per ordine del Tribunale di Roma.

Questo pomeriggio alle ore 17:30 ci ritroveremo sotto la sede della Regione Lazio, responsabile politico di questo sgombero, per poi muoverci insieme, nelle strade della Garbatella, per raggiungere il Ministero della Transizione Ecologica, responsabile politico della totale incapacità di affrontare seriamente le conseguenze drammatiche e visibili della crisi climatica ed ecologica.

Come ben sapete, il 7 maggio abbiamo rioccupato via della Caffarella 13 e così abbiamo riaperto lo spazio a tutta la comunità. Da allora abbiamo organizzato decine di iniziative di ogni tipo, partecipando a mobilitazioni cittadine e nazionali e riportando la crisi ecologica al centro dell’attenzione metropolitana.

Attorno a noi tutto continua a dimostrare che abbiamo tristemente ragione: la crisi ecologica e sociale che viviamo è spaventosa. I danni all’agricoltura, le montagne prive di neve, i fiumi in secca e le temperature in drammatico aumento ci dimostrano quanto sia urgente riflettere e agire per salvare il pianeta dalla catastrofe climatica. Una crisi che non può essere più negata, basti pensare al disastro della Marmolada, e che viene capitalizzata sulla pelle delle persone che ogni giorno devono lottare per sopravvivere in questa società. 

Liberando Villa Greco abbiamo anche riaperto il problema politico della gestione del patrimonio pubblico cittadino, di quale sia la visione di esso che ne hanno le istituzioni e di quale progettualità ci possa essere a riguardo. Occupare Villa Greco è stato fatto anche per salvare un pezzo del parco della Caffarella dall’ennesima speculazione da parte del capitale finanziario a scapito del bene pubblico.

Vendere il patrimonio pubblico per fare cassa significa sottrarre a chi vive la città spazi di relazione e di confronto che siano liberi dalla logica mercificatoria, privatistica e mortifera del capitalismo. Significa permettere alla proprietà privata e alle sue forme distorte provocate dalla finanziarizzazione del mercato immobiliare, non solo di fare profitti, ma di dettare le regole del gioco in modo autoritario. 

Chi c’è dietro la finanziarizzazione? Sostanzialmente c’è la dematerializzazione del bene immobile, del senso stesso di proprietà, al fine di rendere il tutto impalpabile e inafferrabile, suppostamente governato solo dalle invisibili leggi del mercato.

Non conosciamo il vostro progetto rispetto a Villa Greco, pensiamo che semplicemente non ne abbiate uno, e che crediate che banalmente è meglio lasciar scorrere la situazione attuale. Sgomberando avete scelto di lasciare che tutto scorra, anche se questo significa destinare quell’immobile all’abbandono, o alla trasformazione in villini di pregio o in un club sportivo privato.

 

L’analogia con l’approccio delle istituzioni alla crisi ecologica è evidente. Sappiamo che è necessario in breve tempo fare a meno del fossile, investire in modo sistematico sul trasporto pubblico, ridurre i consumi, impedire quelli di lusso responsabili di gran parte delle emissioni di gas climalteranti, difendere il bene idrico sottraendolo alle multiutility e riparare le perdite negli acquedotti, ridurre la produzione di rifiuti con una raccolta porta a porta sistematica e cogliere l’occasione per un cambio di rotta in senso redistributivo e di giustizia sociale.

Invece quello che viene fatto sono di solito proclami vuoti: si pianta qualche alberello, qualche orto urbano, si dipinge con fantasmagoriche vernice anti smog, e nel frattempo tutto prosegue come prima e peggio di prima, tra inceneritori, acquedotti-colabrodo,  finanziamenti e favoritismi di ogni tipo all’industria del fossile.

Berta Caceres, che ci ispira fin dalla nascita del collettivo, diceva che la rivoluzione doveva essere totale, non c’era mediazione possibile. Siamo entrati in via della Caffarella 13 il 6 marzo perché crediamo questo e continueremo a crederci senza mediazioni né compromessi.

Questo sgombero dimostra come abbiate deciso di porvi a difesa del capitale finanziario, sottraendovi al confronto politico e delegando alla Questura e al tribunale la “gestione” della crisi sociale ed ecologica in atto.

 

Ma sappiate che anche se ci avete sgomberate, noi continueremo a portare conflitto in questa città e ad attraversare con ancora più rabbia le mobilitazioni a livello nazionale e internazionale. 

Invitamo tuttu  a raggiungerci sotto la Regione: la rivoluzione ecologista non si sgombera.

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INVIMIT e finanza

Finanziarizzazione della città: report dell’assemblea

Riportiamo di seguito il report dell’assemblea tenutasi alla Laboratoria il 24/05.

 

  • Intervento Napoli Monitor

I sindacati di Barcellona e Madrid stanno seguendo il caso della Sareb, una banca che con soldi pubblici e finanziamenti europei ha comprato decine di migliaia di immobili che erano di banche fallite nel 2008 e li ha poi svenduti a fondi immobiliari (Cerberus, Goldman Sacks ecc). Si tratta quindi di beni pagati con soldi pubblici che sono finiti direttamente in fondi privati. Da qui i sindacati hanno articolato una campagna di contrasto alla finanziarizzazione che si chiama “la Sareb è nostra”. Dopodiché la Sareb è fallita, in bancarotta programmata. In Italia operazioni di questo tipo sono quasi sempre gestite da Cassa depositi e prestiti e la Rev sgr, come la “bad bank” spagnola, che prende un portfolio di immobili pubblici e li svende ai grandi fondi. Questo è un meccanismo finanziario che finisce per trasformare palazzi fisici in una struttura di profitti finanziaria (una fonte di guadagno per investitori). I mutui subprime, gli affitti brevi turistici e altri strumenti stanno finanziarizzando tutti gli immobili del Sud Europa. Tra questi strumenti vi sono gli NPL (Non Performing Loan): gli Stati danno i soldi per fornire credito ai fondi e li svendono. Probabilmente Invimit è uno di questi fondi che agiscono nel mercato privato. Gli NPL sono crediti deteriorati che non producono reddito e quindi vengono messi a valore attraverso la loro svendita ad operatori finanziari.

Patto per Napoli tra Invimit (rappresentato da Draghi) e comune di Napoli. Siccome la finanza internazionale richiede un continuo apporto di fondi, liquidità e debito da parte dello Stato, la finanza si configura come la negazione del libero mercato: non funziona secondo le regole della concorrenza liberale, è la sua negazione. Tanto più cresce la finanza, quanto più decresce la produttività. Le note di debito degli Stati Uniti vengono utilizzate per dare credito alla finanza, che restituisce il debito e chiede liquidità agli Stati, creando una non corrispondenza e una negazione della creazione di valore concreta, con la continua emissione di soldi delle banche statali. Lo stato deve continuamente presentare la svendita del pubblico al privato per garantire il funzionamento di questo sistema, giustificandola con la retorica del bene comune. È il processo di depoliticizzazione delle istituzioni pubbliche attraverso il discorso dei beni, che smantella le strutture della politica antagonista.

  • Intervento Ex Asilo Filangeri

Il percorso dei beni comuni napoletani nasce da un insieme di occupazioni che nel tempo hanno deciso di non limitarsi ad un solo progetto politico, ma di essere una realtà eterogenea di occupazioni che hanno liberato i beni abbandonati del tessuto metropolitano di Napoli con il fine di restituirli alla pubblica fruizione.

Si tratta di spazi autogestiti attraverso assemblee pubbliche dove chiunque può partecipare con proposte d’uso, senza controllo sui contenuti (se non di essere esplicitamente antifascita, antisessista e antirazzista). 

Lo strumento giuridico per farsi riconoscere, nato dalle stesse assemblee, è stato individuato nell’uso civico e collettivo urbano. L’obiettivo era rinnovare le istituzioni per fare in modo di uscire dagli strumenti tradizionali (come le concessioni), per permettere il riconoscimento di un autogoverno di una comunità senza l’uso specifico di una realtà: di fatto lo spazio non è affidato a nessuno, l’uso è condiviso o a rotazione, senza contratto con il comune. Si tratta dunque di spazi di proprietà comunale. Serviva la dichiarazione di uso civico che traducesse le pratiche

La dichiarazione è stata poi riconosciuta dal comune con una delibera dando la possibilità alla comunità di autogestirsi. Il comune di Napoli ha inoltre deciso di farsi carico delle utenze, della manutenzione straordinaria e altre spese che potessero supportare sperimentazioni di autogoverno che però rimanevano libere. 

Da questi spazi è nata una rete che ha posto con forza il tema del debito. Napoli ha infatti un debito pubblico altissimo ed è sempre sull’orlo del dissesto e questo diventa come noto una scusa per non fornire servizi. Il movimento ha smascherato questa dinamica – raccontata come qualcosa di necessario per reagire alla crisi – provando a ripoliticizzare questo meccanismo, proponendo un percorso di partecipazione popolare che è sfociato in un Audit sul pubblico. L’obiettivo non è un controllo contabile del debito, ma un controllo politico fatto per capire come nascono i debiti e con chi vengono contratti e se vengono contratti per gli interessi generali oppure no. L’Audit si è riunito in assemblee pubbliche e ha dichiarato alcuni debiti come illegittimi. Uno dei temi principali è la questione dei derivati: contratti di finanzia derivata molto aleatori, stabiliti dal comune senza il rispetto delle forme giuridiche necessarie, per cui si era convint* che fossero illegittimi, ma stabilirlo formalmente e impugnarli diventava complesso perché bisognava rivolgersi alla corte di Londra. Anche i commissariamenti (organo statale che gestisce emergenze, come i terremoti ecc) servivano per sottrarre il controllo democratico. Non solo: i debiti contratti dal commissario straordinario erano poi nel bilancio della città. Un altro è quello dei mutui di cassa depositi e prestiti, che nasce come ente con il compito di fornire credito agevolato agli enti locali per poter fare servizi e infrastrutture nell’interesse generale. Se non che a un certo punto cassa depositi e prestiti è stata privatizzata da un 15% di fondazioni bancarie, e da allora ha iniziato a comportarsi come una SPA. Nel caso di Napoli cominciavano a concedere crediti con un tasso di interesse alto quattro volte quello di mercato. Si è fatto anche un Audit su tutti gli usi e gli impieghi del patrimonio pubblico, scoprendo che agli usi pubblici venivano date concessioni altissime, mentre a quelli privati concessioni bassissime, spesso non rese pubbliche

Il percorso dei beni comuni ha provato a far sì che gli spazi pubblici non si limitassero ad essere proprietà pubblica, ma che fossero accessibili liberamente senza barriere economiche. Con i finanziamenti del PNRR lo Stato ha potuto stanziare soldi per città metropolitane in dissesto. Questo meccanismo prevede che lo Stato possa dare dei fondi alla città per far respirare le casse, però con accordi che vincolano i sindaci devono tagliare le spese, tagliare servizi, razionalizzare le partecipate (cioè le società pubbliche) e valorizzare il patrimonio. L’intenzione quindi non è vendere, quanto mettere a reddito, quindi cambiare la destinazione degli immobili e sottoporli alla privatizzazione con meccanismi che consentono di finanziarizzarli per pagare canoni alle casse comunali e quindi imporre barriere economiche all’utilizzo dello spazio. Il primo attacco dei beni comuni probabilmente non è di sgomberarli, ma di normalizzarli e depoliticizzarli. L’obiettivo, quindi, non è conservare i beni comuni, ma il tema che va posto con forza è il destino del patrimonio. Nel caso di Napoli il comune ha deciso di mettere immobili comuni come garanzia di debito in fondi di Invimit. La retorica delle istituzioni è che il fondo dovrebbe essere una modalità per far avere un ritorno economico alla città attraverso la finanziarizzazione. Ma la gestione dell’immobile viene cambiata e quindi si dà luogo ad una gestione privata. Non sappiamo che tipo di potere effettivamente manterrà la città sull’immobile. Audit vuole pubblicare una serie di domande su come vengono scelti gli immobili, come verranno gestiti.

  • Intervento Lucha y Siesta

La casa delle donne Lucha y Siesta è un luogo di autodeterminazione delle donne. Lo stabile in cui ha sede è di proprietà Atac, la società partecipata più indebitata d’Italia. Le partecipate sono usate per incrementare i processi di finanziarizzazione. In questo caso, doveva essere venduto in quanto patrimonio di Atac per risanare il debito delle amministrazioni.

Il luogo è oggetto di una battaglia da 14 anni, che ha visto tante fasi. Non è riuscita la lotta per la sottrazione dello stabile dalla vendita, ma questo processo ha fatto sì che il bene è stato prima dismesso, poi ricomprato.

La lotta si è data in un lungo dialogo con la politica istituzionale, che è sempra stato conflittuale. È stato fatto un lavoro di ribaltamento dei rapporti di forza nel corso del tempo, principalmente provando a rovesciare l’ordine del discorso facendo riferimento alla dicotomia pubblico/privato e alla questione politico-amministrativa. Nel conflitto con le istituzioni, è stata più volte affrontata una dicotomia tra funzioni amministrative e politiche. Secondo le istituzioni e il loro discorso, alcuni atti e decisioni sarebbero impossibili da un punto di vista amministrativo. La lotta è consistita nel dimostrare che l’impossibilità amministrativa è piuttosto una maschera delle istituzioni per sottrarsi dall’azione politica.

Dall’altro canto, Lucha ha lottato per affermare che una città, per essere efficiente, non deve per forza svendere, ma può “ripubblicizzare”, provando a forzare dunque il significato di efficienza. Al contempo, ha provato ad  immaginare un processo che trasformi le istituzioni riconoscendo le comunità che vivono gli spazi: aprire dunque un pubblico che dia la possibilità di riconoscimento davvero per tutt*.

Al momento stanno lavorando alla costruzione di un “patto di collaborazione”, che dovrebbe mettere insieme diverse norme in una singola norma: comodato d’uso gratuito per lo spazio, legge 4 sul contrasto alla violenza di genere della Regione Lazio, ed altre. Si vuole provare a proporre delle norme in un processo dal basso, e più ampio anche delle mura di Lucha. Il tentativo è quello di produrre una trasformazione che non ci riduca a uno spazio da valorizzare. Si ritiene che per rompere questa concezione del pubblico sia necessario sottrarsi dalla messa a valore e dal linguaggio della quantificazione. Per questo fine, ogni mezzo necessario è concesso, e si possono diversificare le pratiche. Al contempo, si deve produrre conflitto necessario a valorizzare esperienze.

Dall’esperienza della lotta per le mura di Lucha e Siesta, se ne ricava quanto sia cruciale rompere la dicotomia tra amministrazione e politica per avere agibilità di azione che produca delle trasformazioni durature: la logica dell’amministrazione è quella di riprodurre gli equilibri tramite presunti automatismi, e nascondere dunque la decisionalità e le possibilità di cambiamento.

Bisogna affermare con forza che gli spazi che rendono vivibili le città lo fanno perché altrimenti le città non sarebbero vivibili per alcune soggettività. Questo ci dà un credito. Per questo, bisogna superare la logica di inclusività universalistico-astratta: dire liberare spazi vuol dire farlo per alcune soggettività. E nel discorso pubblico, il grimaldello dev’essere quello di affermare che si parte da una situazione di credito. Al contempo, la prospettiva dev’essere di armare battaglie sorelle.

Il prossimo appuntamento è il 25 giugno: assemblea pubblica.

  • Intervento ESC

ESC è uno spazio sociale vittima di debito illegittimo. La sua vicenda è emblematica del debito pubblico a Roma. Oggi, si è arrivati ad un’ingiunzione di pagamento di 220.000 euro.

La svolta nella storia del debito pubblico romano si ha nel 2015, con la delibera 140. Sull’onda lunga della crisi del 2008, si parla del trasferimento del debito privato al debito pubblico nazionale e locale. Roma è travolta dal commissariamento e dal tema dell’insostenibilità del debito cittadino. Il trasferimento del debito è stato il grimaldello per le politiche di austerity e attacco al patrimonio cittadino.

Anni prima, la delibera 26 del 1995 stabilisce dei criteri per dare in concessione immobili del comune ad attività sociali. Ciò ha permesso proliferazione di spazi sociali e occupati, che hanno ottenuto strumento di riconoscimento. Nel 2016 si inverte completamente la rotta. Il tessuto di laboratori politici e spazi sociali romano è stato attaccato con lo strumento di debito e danno erariale. Gli affitti sono stati riconteggiati al 100% del mercato; il patrimonio pubblico ha iniziato quindi a funzionare con logica del privato.

 Ponendosi sulla stessa linea di Lucha y Siesta, lo slogan è stato: “Abbiamo crediti, non debiti”. Vuol dire che spazi come ESC hanno una funzione sociale determinante, e al contempo disconosciuta.

Nel frattempo, si stanno affermando altre logiche: funzionalizzazione della libera iniziativa civica, autogestione e autogoverno inserite nella macchina di produzione cittadina. Svuotarle dalla loro autonomia a capacità di agire liberamente [?].

Il dibattito sui beni comuni è stato centrale in un precedente periodo di mobilitazione. Oggi similmente è necessario rimettere al centro del dibattito e delle rivendicazioni la funzione sociale della proprietà privata: il privato deve avere un limite e una regola per la sua attività, in base ad un’idea di funzione sociale. Il patrimonio è una leva democratica di autogoverno che non può essere cancellata se non con danni gravissimi.

Oggi siamo in una fase complessa, ed è difficile fare proposte. Nella nuova fase post pandemica del PNRR dirottato sul terreno bellico, il tema dei Beni comuni può essere centrale come campo di conflitto. Ovvero, come terreno di continua negoziazione tra autonomia, riappropriazione per l’autogestione. Al contempo, è terreno di scontro sul concetto di valutazione dell’impatto sociale. In questo senso si gioca, come detto, sulla negoziazione dei concetti di “credito” e “debito”: ciò vuol dire che siamo realtà produttive sui territori ma non da un punto di vista direttamente economico. Il punto è che la logica del profitto finanziario non può cogliere questa produttività. Nella capacità di immaginare e praticare questo terreno di conflitto sta la possibilità stessa della vita democratica nel nostro paese.

  • Intervento Scup

L’esperienza di Scup nasce in Via Noala 5 ed è costellata di sgomberi, l’ultimo dei quali nel 2015. Il bene pubblico in via Nola, una volta sgomberato, è stato venduto ad un privato, e lo spazio è stato smantellato.

È stato successivamente occupato uno spazio di proprietà di RFI, sempre nel quartiere Appio latino, in via della Stazione tuscolana. Una volta occupato, si è ottenuta la rimozione dell’amianto e il comodato d’uso. Sono state inoltre promosse numerose attività: una palestra popolare, incentivato eventi culturali, ecc.

Nonostante tutto questo, è stata ricevuta una lettera di restituzione dello spazio entro il 30 ottobre. A quel punto si è aperta una trattativa con l’amministrazione pubblica, la Regione e RFI che è il proprietario dello spazio, e in generale di tutta l’area. Questo spazio quindi è privato e parte di un progetto che si chiama reinventig cities. È stato aperto un bando, definito partecipativo: di fatto però la cittadinanza non è stata effettivamente consultata. Il progetto si estende su 5 mila ettari in cui saranno costruiti palazzi; è previsto solo cemento, e nessuna attività sociale per gli abitanti del quartiere. La trattativa sullo spazio di Scup è partita bene, il Comune e la Regione sono sembrate partecipative. A RFI interessa solo vendere tutta l’area, Scup propone un modello di progettazione diverso. 

Si vuole rilanciare ed estendere la moblitazione oltre il piano della trattativa, riportando all’opinione pubblica la situazione. Si propone dunque una mobilitazione generale al patrimonio, che si terrà tra il 15 e il 20 giungo. Inoltre, si tiene un incontro martedì 31 alle 18 a Scup con molte altre realtà realtà. Cercheremo poi di allargare la mobilitazione ad altri spazi sociali che sono nella stessa situazione. Si vorrebbe portare la causa in piazza per non farla vivere solo nel nostro giro, per cercare di portare all’opinione pubblica quello che sta succedendo in un quartiere che vive una degenerazione. Noi sappiamo che le proposte del quartiere per il quartiere sono Asl, spazi verdi, posti per anzian*; poco di questo sta nel progetto di reinventig cities.

  • Intervento Communia

Communia appartiene al privato. Però il patrimonio pubblico di cui facciamo parte è quello della città. Perché Communia è entrato nel progetto di rivalutazione della città del quartiere di San Lorenzo: un quartiere abbandonato per molti anni, che è tornato sotto i riflettori con il dramma di Desire. Si parlava del forum che ha fatto Scup per chiedere ai residenti cosa ci andasse fatto nel quartiere. La risposta è stata la stessa a San Lorenzo: costruire una città pubblica. 

Quello che è accaduto a Communia è che i fondi di finanza internazionale, attraverso delle partecipate, si sono impossessate dei lotti di via dei Lucani. Siamo entrati in trattativa con la città per difendere la possibilità di esistenza di Communia, e per attaccare l’incapacità della gestione amministrativa. 

Cruciale per la trasformazione di via dei Lucani è che c’è stato un cambio nell’amministrazione. Prima si proponeva un parco, perché san Lorenzo è privo di parchi. Poi l’amministrazione successiva ha cambiato progetto: ha provato a costruirci un parcheggio privato. Il cambio di amministrazione ha dunque dato la possibilità di inserirsi i proprietari all’interno della progettazione. Ha quindi aperto la possibilità ai fondi di finanza internazionale (nel nostro caso il fondo internazionale Cerberus) di entrare all’interno della speculazione urbana. 

Quello che noi stiamo cercando di fare è di far valere il dovere pubblico sulla città. Ribadire la legge del ’68 104 che prevede che il soggetto pubblico debba garantire dei servizi all’interno della città e trovare gli spazi per garantirli. Denunciamo la carenza di servizi, e il dovere del pubblico di garantirli. Stiamo quindi facendo una trattativa per cercare di togliere il privato dal pubblico. 

  • Intervento L.E.A. Berta Càceres

Caffarella 13 è sintomo del rapporto malato che c’è a Roma tra proprietà fondiaria, imprese costruttrici e amministrazione comunale e regionale a Roma. La villetta occupata si inserisce all’interno di un’operazione di lottizzazione e costruzione abusiva all’interno di un’area protetta da numerosi vincoli. Ovviamente si tratta di un abusivismo di lusso, e non dettato dalla necessità di avere sopra di sé un tetto.

Roma è una città con molto patrimonio pubblico, ma in cui molti enti, istituzioni e uffici pubblici sono in affitto da grandi famiglie di costruttori. Questo è indicativo dell’uso che a Roma si intende fare del patrimonio pubblico, e dei favori invece che vengono fatte alle famiglie proprietarie con soldi pubblici. Su questo ha fatto un inchiesto Francesco Erbani nel 2013.

Appare chiaro, dunque, come in un mondo e in una città in cui gli spazi pubblici stanno materialmente scomparendo, sia proprio l’intero concetto di pubblico ad correre il grave pericolo di essere considerato sconveniente e desueto in futuro non lontano. Dunque la lotta per non vendere gli spazi è la lotta per riaffermare il potere sulle nostre vite.

Invimit: società che gestisce i fondi immobiliari pubblici nei quali ci sono immobili distribuiti in tutta Italia. È una società di propietà del MEF. I fondi immobiliari vengono creati, a livello teorico, per ridurre il debito pubblico. In sostanza, nello specifico, la regione svende immobili per ottenere subito denaro e apparare debito. Il fondo all’interno del quale si trova via della caffarella 13 si chiama i3 regione Lazio. La problematica che abbiamo riscontrato risiede nel fatto che INVIMIT gestisce e la regione Lazio è proprietaria al 70% del fondo i3, dunque: chi prende le decisioni immobili che si trovano all’interno del fondo? La società che gestisce il fondo? (INVIMIT) o l’ente che è proprietaria del fondo stesso? (LA REGIONE).

La regione non ha dato risposte in merito e il regolamento (all’interno del quale sono contenute queste risposte) non è pubblico. È partita la richiesta degli atti per poterlo visionare e siamo in attesa di una risposta.

30/05: iniziativa sull’abitare del comune, senza coinvolgere movimento ma sì Assoimmobiliare.

 

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Lettera di M. alla Laboratoria

Per più di 20 anni, l’immagine della terra dallo spazio è stata usata come logo del movimento ambientalista, apparendo su innumerevoli t-shirt, maglie, braccialetti e zaini. Per proteggere questo fragile globo, si organizzano vertici ambientali e si celebra la Giornata della Terra. Siamo tutti giunti alla conclusione che se non cambiamo il nostro comportamento, dobbiamo preoccuparci del futuro del nostro pianeta, come se avessimo a che fare con una specie in pericolo o con uno dei suoi figli che muore di fame in una terra lontana.

Ma smettiamo di lodare la Terra ! Smettiamo di credere che stiamo lottando per essa ! Questo povero pianeta? Siete sicuri ? Sapete che ci sono state almeno 5 estinzioni di massa e a volte meno dell’1% delle specie sono sopravvissute. Affrontando tutti i pericoli, i venti solari, i campi di ghiaccio, le meteore e così via, la Terra è ancora lì, impassibile. Renditi conto che non importa cosa succederà all’umanità, il pianeta rimarrà lì per molto tempo. Continuerà il suo balletto celeste e parteciperà ancora e ancora a questo valzer cosmico, questo bolero astrale che dà ritmo ai cicli del tempo e dello spazio. Come se l’uomo fosse il garante della Vita, come se il destino del nostro caro pianeta fosse nelle nostre mani. Che arroganza!

Meravigliandoci di questo fragile e delicato globo blu, impegnandoci a venire in suo soccorso, assumiamo il ruolo di un genitore protettivo, lontano mille miglia dalla realtà. Questa visione è perniciosa come quella di Bacone. Lui chi Ha percepito la Terra come una macchina al nostro servizio e ha convinto l’Occidente di questo. Questo paradiso della vita non sarebbe altro che un frigorifero gigante, e tutto quello che dovremmo fare è aprire la porta per servirci. Queste sono visioni in cui noi giochiamo il ruolo principale. Quindi so che siamo gli eredi dell’antropocentrismo giudeo-cristiano, ma è ora di tagliare il cordone ombelicale, di prendere il volo e sublimare tutto quel passato. Non invertiamo più i ruoli, sono gli esseri umani ad essere fragili e vulnerabili, e a vivere su un pianeta nutriente che li mantiene in vita.

Quando vedo il saccheggio delle risorse naturali, tutte queste crepe, questi buchi nel cielo e nella pietra, queste fratture, queste schegge, le viscere aperte della Terra, non sono tanto preoccupato per il pianeta. Sono più preoccupato per l’uomo. E sì! Se l’uomo persiste nel separarsi da questa matrice che è il nostro pianeta. Temo che riuscirà a convincerlo di essere un corpo estraneo. E crediamo che voi sappiate cosa succederà in questo caso. L’organismo del pianeta rifiuterà l’innesto umano e alla fine cauterizzerà la ferita pruriginosa. A quel punto sarà troppo tardi per considerare qualcosa. Così, crediamo che la questione non stia tanto nel come proteggere il pianeta, che, se superiamo i suoi limiti, può annientarci, ma piuttosto nella capacità di ogni individuo di rendersi conto di appartenere a un insieme più grande che lo supera.

Cosa possiamo tramandare per il domani ? se non una grande ciotola di umiltà, se non questa saggezza che metterà in discussione la nostra visione del mondo e dell’essere umano.
Questo stato di coscienza è il terreno di coltura di un’intelligenza collettiva che ci guiderà verso l’armonia, e questo terreno di coltura si arricchisce ogni giorno qui a Berta! Cosa possiamo trasmettere per il domani se tutto si ferma oggi? Ci meravigliamo dell’intelligenza artificiale, cerchiamo la vita extraterrestre. Perché tutte queste fantasie quando basta guardare in basso per vedere la vita che brulica, per vedere tecnologie così avanzate che non sappiamo come riprodurle. Abbiamo dovuto aspettare l’arrivo del microscopio elettronico per capire l’idrofobicità che caratterizza le foglie del loto ancestrale. Ma ancora oggi non sappiamo come fare superfici durevoli di questo tipo. Perché cercare soluzioni esterne quando c’è già tutto? Prendiamo coscienza delle colossali capacità che abbiamo intorno a noi. Non crediamo che qualcosa possa essere insegnato o inculcato. Crediamo piuttosto che aprendo il nostro cuore, lasciando trasparire la nostra vulnerabilità e andando oltre le maschere che indossiamo, chi ci osserva potrà capire che è possibile. Oggi vorremmo trasmettere questo barlume di speranza, essere lo specchio di coloro che ci osservano affinché si rendano conto che non ci sono vincoli reali.

Compagne, compagni! Ricordatevi che siamo tutti uno! Smettete di cercare di conquistare la terra e il cielo e lasciate che la terra e il cielo conquistino voi, perché in ognuno di voi, in ogni sasso, in ogni spina di pino, in ogni cipresso, in ogni torrente, in ogni folata di vento, in ogni roseto, in ogni granello di sabbia, in ogni atomo, c’è una vibrazione dell’onda che è vita.

Forza Berta!

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BERTA È TORNATA A VIA DELLA CAFFARELLA 13!

 

CONTRO LE GUERRE CAPITALISTE 1000 LABORATORIE ECOLOGISTE

📌 APPUNTAMENTO h 12 per difendere l’occupazione.

🥪 Pic nic;
🎶 Djset a cura di Dost
🎤 Assemblea pubblica.

La guerra in Ucraina è cominciata due mesi e mezzo fa. Durante questo tempo governi e istituzioni non hanno saputo, né voluto, creare alternative contro l’ennesimo conflitto che sta massacrando l’Est Europa. Tra lacrime di coccodrillo e finte diplomazie, i governi europei stanno investendo miliardi sugli armamenti e stanno correndo a destra e a sinistra alla ricerca di fonti fossili.

Sottraiamo nuovamente all’abbandono via della Caffarella 13 perché vogliamo aprire spazi di conflitto contro l’intero assetto culturale e politico che ancora legittima la dipendenza dal fossile. Riteniamo che la crisi climatica sia ormai inscindibile dalle guerre che aggrediscono senza tregua popoli ed ecosistemi. Una lotta ecologista veramente radicale non può quindi ignorare che la stessa guerra che piega luoghi apparentemente lontani è onnipresente nelle nostre vite, sotto tante forme diverse: come confine di Stato che produce morte, come repressione poliziesca che annienta il dissenso, come carovita, flessibilizzazione del lavoro, devastazione dell’ambiente e privatizzazione dei beni comuni, come ci dimostra il nuovo DDL Concorrenza del governo Draghi. Sappiamo bene che le guerre che devastano e inquinano le terre sono portate avanti e sostenute dalla stessa logica mercificante e liberista che sottrae spazi comuni per renderli spazi di creazione di guadagno economico per pochi. Come succede in via della Caffarella 13, spazio da cui siamo state sgomberate il 24 marzo scorso.

Lo stabile di proprietà della Regione Lazio, che si trova in un parco regionale protetto, è stato abbandonato nel 2011 e successivamente messo all’asta attraverso Invimit, soggetto tecnico del MEF che, in tutto il paese, sta guidando i processi di messa a valore e privatizzazione del patrimonio immobiliare degli enti pubblici. Non si tratta di un processo neutro: al contrario, è frutto di precise scelte politiche che vogliono aumentare le possibilità del privato di fare profitto sul pubblico e sui servizi. Un processo di questo tipo sta avvenendo in modo sistematico: ad esempio, sul patrimonio immobiliare pubblico del comune Napoli. Immerse in questa logica speculativa, le istituzioni coinvolte nella gestione dell’immobile, sempre pronte a riempirsi la bocca pubblicamente di temi ambientali, non hanno colto l’urgenza della nostra proposta politica e, nell’incontro che con loro abbiamo avuto il 31 marzo, hanno fatto muro contro ogni nostra richiesta.

Della stessa scuola è il Ministro della transizione Cingolani, che si adopera solerte per accaparrare risorse fossili in giro per il mondo e favorisce il ritorno delle centrali a carbone utilizzando i fondi del PNRR. Siamo convintǝ che per contrastare concretamente questi processi sia quanto mai necessario aprire spazi di condivisione comunitaria e di riappropriazione dal basso, attivatori di autogestione. La necessità di spazi come questo è provata dal fatto che, a differenza delle istituzioni, la città ha colto la rilevanza del nostro progetto, partecipando in forze ai 18 giorni dell’occupazione e continuando a seguirci in tutte le mobilitazioni da noi costruite dal 24 marzo ad oggi.

Liberando via della Caffarella 13, abbiamo mosso i primi passi verso un posizionamento dal basso contro la guerra, attraverso assemblee e incontri. Abbiamo costruito pratiche femministe e transfemministe. Analizzato e valorizzato utilizzi non consumistici dell’acqua e del cibo.
Abbiamo aperto spazio all’intreccio delle istanze territoriali che abitano Roma, consapevoli che la guerra sui nostri corpi passa attraverso la centrale al carbone a Civitavecchia, la gestione mafiosa dei rifiuti ai Castelli Romani, il nuovo termovalorizzatore voluto da Gualtieri, la gestione criminale che Acea fa dell’acquedotto romano. Abbiamo utilizzato lo strumento dell’alimentazione vegana come rifiuto del sistema devastante degli allevamenti intensivi.
Abbiamo difeso lo spazio senza tuttavia chiudercisi dentro. L’abbiamo reso il più permeabile possibile e, allo stesso tempo, ne abbiamo avuto cura. Berta voleva essere tutto questo il 6 marzo scorso e vuole essere questo anche oggi.

Torniamo dentro via della Caffarella 13 perché la rivoluzione ecologista non si sgombera, perché le nostre ragioni sono valide oggi come due mesi fa, e perché non ci faremo impaurire davanti alla repressione che abbiamo subito. Perché Berta Vive, e continua ad ispirarci nella lotta.

L.E.A. Berta Cáceres

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Primo maggio 2022 – Hanno provato a seppellirci, ma non sapevano che eravamo semi

 

Il nostro intervento integrale dal palco del Forte Prenestino il primo maggio:

 

Ciao a tuttu dalla Laboratoria Ecologista Autogestita Berta Cáceres. Una laboratoria nata il 6 marzo di quest’anno alla Caffarella per convogliare verso di sé le lotte ecologiste e transfemministe, della città e transnazionali.

Ci siamo ispirat a Berta Cáceres, un’attivista honduregna per i diritti dei popoli indigeni. Una donna, femminista, una donna del popolo Lenca che combatteva contro una grande opera che avrebbe distrutto il territorio sacro per i Lenca.

È stata uccisa nel 2016 dai sicari mandati dall’azienda che voleva costruire l’opera e dallo stesso governo honduregno, perché provava a opporsi alla logica estrattivista del capitalismo per la quale l’ambiente e le persone solo risorse da consumare. La stessa logica che causa guerre, sfruttamento e devastazione di territori e corpi. Berta non è morta, si è moltiplicata.

Si è moltiplicata in tante forme, anche nell’azione di un collettivo che dall’altra parte del mondo si oppone alle stesse logiche del capitalismo, insostenibili, a cui si opponeva lei.

Il collettivo ha liberato uno spazio pubblico con l’intenzione di evitarne la vendita all’asta e la messa a profitto. Lo spazio è stato aperto alla collettività, dopo essere stato chiuso per più di 10 anni. Uno spazio in un parco, il parco della Caffarella, strappato anch’esso con fatica alla speculazione edilizia, anche grazie alla determinazione delle comunità che attorno a quel parco vivevano e vivono e che continuano a prendersene cura.

Abbiamo abitato quel posto per praticare quotidianamente una socialità diversa, la sovversione dei generi e dei consumi, uno stare insieme basato sul benessere di tante persone e non sul profitto di poche.

Per 20 giorni siamo stat attraversat da centinaia di persone, che hanno immaginato cosa poteva diventare la laboratoria, partecipando ad assemblee, autoformazioni, presentazioni, cineforum, incontri di convergenza con molte realtà che portano avanti lotte affini. Come quelle per il diritto all’abitare, i gruppi ambientalisti, i comitati territoriali del Lazio e di fuori regione che combattono contro l’inquinamento, per la salute delle persone e del territorio, chi porta avanti le battaglie per la riduzione dei rifiuti, per una mobilità sostenibile, collettivi transfemministi e antispecisti. E le tante realtà degli spazi liberati di Roma e non solo.

Nonostante questo, uno sgombero portato avanti con tempistiche e modalità infami, è arrivato il 24 marzo. Proprio il giorno dopo la notizia che Andrea Dorno, compagno di molt di noi, ci aveva lasciat.

Ma abbiamo subito rilanciato la nostra mobilitazione, con il corteo ecologista per il Global Strike il giorno dopo. E il giorno dopo ancora abbiamo marciato al fianco di lavorator GKN a Firenze.

Per dire, insieme a loro, che la salute, l’ambiente e il lavoro non sono alternative l’una all’altra.

E per dire che rifiutiamo il ricatto neoliberista che obbliga alla scelta tra un posto di lavoro e la sopravvivenza economica da una parte, e dall’altra la tutela della salute di corpi e territori.

Vogliamo uscire dall’unica via del lavoro al servizio del capitale.

La convergenza delle lotte ecologiste e per il lavoro, denuncia l’infondatezza di questo assioma. Siano esse in fabbrica, ufficio, strada, casa, smart working, università, città, campagna, in disoccupazione o non lavoro (volontario e non).

Se lo scopo è la cura e la rigenerazione, lavoro può voler dire risanamento ambientale, bonifica, sostegno di persone, animali e territori (sanità, supporto psicologico, mediazione, re-integrazione, assistenza sociale, accudimento di persone e animali, cura di aree protette, manutenzione, riparazione…)

Vogliamo vedere un futuro in cui, non una transizione, ma una rivoluzione ecologica, fatta di scelte condivise dal basso, reimpieghi lavorator in nuove mansioni. Ma pretendiamo che questo passaggio ci veda protagonist, perché le conseguenze delle decisioni ricadono su tutt noi.

Come ricadono su di noi le scelte scellerate legate alla guerra in Ucraina. Oltre al rincaro dei prezzi, che ancora una volta mette in difficolltà chi è già in difficoltà, si vede un ritorno a fonti inquinanti, come il carbone. Come unica soluzione all’incapacità di approvvigionamento di risorse energetiche da regimi che non siano totalitari. La soluzione, per il governo, e per il ministro Cingolani, è prendere il gas in Congo e Algeria, ripetendo sempre gli stessi errori. Per non parlare degli affari di Eni in Egitto, il cui prezzo da pagare è il silenzio su casi come quello di Giulio Regeni, di Patrik Zaki, ma anche di Rasha Azab.

Non vogliamo che tempi e modi della riconversione ecologica siano imposti da chi finora ha lucrato provocando i danni che adesso fa solo finta di voler risolvere. Con definizioni fuorvianti, come su gas e nucleare, diventate improvvisamente fonti sostenibili. Con false prospettive di miglioramento dei servizi che nascondono solo altre privatizzazioni a unico beneficio del profitto privato.

Inclusa in questo quadro è la sanità. Negli ultimi anni più che mai abbiamo visto come la salute sia una questione di classe. Il prezzo più alto della pandemia è stato pagato da soggettività femminilizzate, subalterne, già emarginate e in difficoltà. Sappiamo quanto l’elemento ecosistemico sia stato determinante nella nascita e nella diffusione del virus.

Alla sindemia, ormai dato endemico, si risponde a suon di stati di emergenza, buoni da usare in ogni occasione. Per motivi sanitari, per la guerra e addirittura per la gestione del ciclo dei rifiuti.

La crescita infinita e indiscriminata della nostra società non è né possibile, né auspicabile. Rifiutiamo di essere consumator inconsapevoli al servizio del sistema capitalistico che produce solo soldi, merci, frustrazione e rifiuti. Riconosciamo i falsi bisogni indotti da un ingranaggio che genera insoddisfazione per ottenere guadagno.

Rifiutiamo il soddisfacimento cieco di bisogni materiali quando questo avviene sulle spalle di altre soggettività, sfruttando la forza lavoro secondo logiche disumane, e dell’ambiente, secondo un modello estrattivista che distrugge popolazioni e territori. Un modello che guadagna dallo sfruttamento disumano del lavoro migrante, di soggettività razzializzate o in posizione di subalternità e necessità.

Boicottiamo prodotti e sistemi che riteniamo dannosi e rivendichiamo il potere di un uso e consumo essenziale e consapevole, che scelga di sostenere modalità produttive e riproduttive veramente sostenibili. Sapendo che l’orizzonte non è individuale, ma è all’interno di un ecosistema complesso, ed è alla luce di questo che vanno re-inventate le risposte.

Un lavoro non precario e con ritmi più umani equivale a tempo per soddisfare i bisogni, personali e collettivi, oltre il mero sostentamento economico. Vediamo la possibilità di un mondo in cui ognun abbia il necessario, possa esprimere la propria individualità e condividerla con altr. un reddito garantito per tutt può essere un modo per venire incontro a questi bisogni.

E ribadiamo anche il nostro diritto a non lavorare. A non vivere per lavorare. A non lavorare per vivere, o per sopravvivere.

 

Buona festa del non lavoro

Buoni 36 anni di occupazione

Per ogni sgombero, 10 100 1000 occupazioni!

Berta dall’Honduras, ce l’ha insegnato. Difendere la terra non è reato!

 

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Verso il primo maggio

Crisi energetica, la Russia invade l’Ucraina, i governi europei e le organizzazioni internazionali mostrano la loro inefficienza: due mesi di escalation nei toni diplomatici e soprattutto della violenza sul campo, e i morti. Le cause geopolitiche di questa escalation di scala globale sono complesse e le potenze occidentali ne sono corresponsabili. Se da una parte la politica di Putin degli ultimi decenni non è certo stata attenta al rispetto dell’ambiente, né dei più basilari diritti umani, d’altra parte le politiche espansionistiche della NATO e il modello di sviluppo capitalista è ciò che provoca quegli squilibri che hanno portato al conflitto: l’Ucraina fa gola per le risorse energetiche necessarie all’Occidente affinché noi, cittadini di prima classe, possiamo mantenere gli attuali livelli di vita e di “progresso”.
Il primo maggio 2022 affermiamo con forza la necessità della convergenza tra movimento də lavoratorə e movimento ecologista e ci impegnamo a sostenerla. In Italia come nel resto del mondo a pagare il costo del conflitto per le risorse non sono le persone più abbienti, ma quelle che a fatica riescono a vivere del loro lavoro e che sono già afflitte dal carovita: l’aumento dei prezzi dei beni primari, delle bollette, dei servizi, dei carburanti. Questo conflitto prevedibile e atteso aggrava il contesto del lavoro italiano già avvelenato dal precariato, dalla disoccupazione, dai salari ridicoli, dai processi di delocalizzazione, dal mancato riconoscimento del lavoro di cura, dall’infame litanìa televisiva in cui si agita lo spauracchio della scelta tra il lavoro e la salute, dall’erosione di ogni forma di tutela sociale. Aumenta il ricatto occupazionale, peggiorano le condizioni di lavoro, lavoratrici e lavoratori sono  espostə a continui piani di licenziamento. In Europa già si vedono gli effetti  dell’inflazione che porta milioni di persone sull’orlo di un’ulteriore crisi e alla preoccupazione concreta di non arrivare alla fine del mese.
Questa guerra guerreggiata sta rivelando la vera faccia della “transizione ecologica”: il ministro Cingolani corre ai ripari riportando nel mix di energia il carbone e mettendo in stand-by i progetti di riconversione energetica verso le rinnovabili. Un esempio tra tanti il rapido ripristino delle centrali a carbone di Civitavecchia, dove un intero territorio già devastato dai decenni precedenti si ritrova di nuovo esposto a alti livelli di nocività ambientale e per la salute umana. Cingolani di fronte al rischio concreto di perdere le forniture di gas russo, non ha esitato a stringere nuovi accordi con Congo ed Algeria. Non ci stupisce constatare che le promesse di degassificazione erano parole al vento e che l’interesse coloniale del nostro paese non sia mai morto.
Per il primo maggio 2022 riteniamo cruciale una convergenza tra movimento də lavoratorə e movimenti ecologisti basata sul riconoscimento del valore rivoluzionario del lavoro riproduttivo e di cura alla pari di quello produttivo. Una convergenza che vede come unica possibile transizione ecologica quella agita dal basso e dalle persone, non quella imposta dal governo e dalle lobby finanziarie che speculano sul capitale e sul profitto. Non pagheremo il costo di questa guerra, né dei prossimi conflitti energetici. Piuttosto imposteremo le nostre lotte sull’autosostentamento, sull’autodeterminazione e sull’indipendenza dai combustibili fossili, esigendo che siano praticate tutte le alternative disponibili che sostengano le categorie più vulnerabili invece di costringerle a pagare le pesanti conseguenze di scelte irresponsabili.
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Rifiuti, Problema Capitale!

Cambiano le amministrazioni comunali, ma il problema dei rifiuti continua ad essere gestito in modo inaccettabile in questa città.
La raccolta differenziata è limitata, e non incentivata poiché si continua a concepire il rifiuto come fonte energetica e di profitto. Si facilitano gli interessi di gruppi di potere economico e finanziario e ci si allontana dalla riduzione della produzione di rifiuti.
Qualunque progetto che permetta di risolvere la drammatica e ciclica crisi della Capitale sui rifiuti non può che basarsi su una serie di punti:
1) L’estensione del porta a porta, unico strumento per aumentare quantità e qualità della raccolta differenziata.
2) Il decentramento della gestione dei rifiuti nei municipi, con la realizzazione di impianti di dimensioni medio/piccole (esempio: biocelle), e piccolissimi da dislocare nei quartieri, per “avvicinare” la popolazione e massimizzare il recupero dell’organico.
3) Il raggiungimento entro il 2023 (o prima) dell’obiettivo di raccolta differenziata del 100% della frazione umida, condizione indispensabile per il recupero di materia a valle della raccolta e per diminuire il ricorso all’incenerimento e alla discarica.
4) L’abbandono di tecnologie come l’incenerimento o la pirolisi per la produzione di energia dai rifiuti e del trattamento anaerobico per la produzione di gas combustibile (biogas), a favore del trattamento del materiale umido differenziato attraverso impianti di compostaggio aerobico.
5) Abbandono del “modello TMB” (Trattamento Meccanico Biologico), poiché sono impianti progettati e ottimizzati per produrre materiale da conferire in discarica o da bruciare in inceneritori o altri processi industriali (cementifici). Servono invece impianti moderni ottimizzati per il recupero di materia.
Alla luce di tutto questo convochiamo per sabato 9 aprile alle 10.00 una manifestazione davanti al TMB di Rocca Cencia, un impianto che è la rappresentazione concreta di quello che non vogliamo, per protestare contro la scelta del sindaco Gualtieri di allargare l’impianto e usare i fondi del PNRR per costruirne uno per il trattamento della plastica e carta.
Crediamo sia necessario costruire una rete larga e capace di far fronte alle sfide della crisi ecologica in corso e di esercitare pressione verso le istituzioni per un drastico cambio di rotta.
Per costruirla insieme contatta @ReteEcoSistemica su Facebook: https://www.facebook.com/ReteEcoSistemica
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AL TAVOLO DOPO LO SGOMBERO DELLA L.E.A. BERTA CÁCERES LA REGIONE SI SCHIERA DALLA PARTE DEL PROFITTO

Giovedì 24 marzo, dopo 18 giorni di attività, è stato sgomberato lo stabile in via della Caffarella 13, occupato dalla Laboratoria Ecologista Autogestita Berta Cáceres.
Solo la mattina prima era stato convocato dalla Regione Lazio il tavolo richiesto fin dall’inizio dal collettivo di occupanti, proprio per discutere del futuro di quello spazio abbandonato e del progetto che nel frattempo vi aveva preso vita.
La politica si è fatta di buon grado scavalcare dalla forza poliziesca, o, peggio, ne è stata complice. Queste le richieste sul tavolo da parte dellə attivistə:
1. L’immediato dissequestro dell’immobile in Via della Caffarella 13.
2. L’avvio del percorso burocratico che possa fermare la messa all’asta dell’immobile e il suo ritorno tra il patrimonio inalienabile della Regione.
3. Il riconoscimento del valore politico, sociale ed ecologico della L.E.A. Berta Cáceres.
Come dimostrato dal testo della denuncia consegnata allə occupantə il giorno dello sgombero, è proprio la Regione Lazio a figurare come proprietaria dell’immobile.
Nella stessa denuncia viene definito come “bene immobile pubblico”, mentre l’annuncio della sua vendita come villino di pregio può essere trovato sul sito immobiliare.it, come una qualsiasi proprietà privata.
La Regione non ha smentito in alcun modo il suo ruolo diretto nello sgombero e si è detta indisponibile a rivedere la procedura di messa all’asta del bene e a chiarire, nonostante le ripetute sollecitazioni, il contratto che regola i rapporti tra Regione Lazio, il Fondo i3 Regione Lazio e INVIMIT che ne è il gestore.
Sebbene al tavolo fossero presenti assessorə all’ambiente e al patrimonio e Capo di Gabinetto di Comune e Regione, il direttore regionale bilancio demanio e patrimonio, e l’assessore alla scuola del Municipio VIII, nessunə ha voluto rispondere in merito alla non meglio chiarita commistione tra pubblico e privato e alle scelte politiche che da essa derivano.
Quest’ultima permette che stabili come quello di Via della Caffarella 13 siano svenduti alla speculazione e al profitto del mattone, beni che invece sono patrimonio pubblico e quindi un bene comune.
Questo sgombero è solo un esempio di come la transizione ecologica di cui sono piene le campagne elettorali di queste istituzioni sia perfettamente compatibile con il principio del profitto privato, che regola i sistemi di accumulazione insostenibili alla base dello stesso disastro ecologico.
Smascherare questa mistificazione e indicare i responsabili, nei fatti, di tale inaccettabile politica di transizione, continuerà a essere uno dei nostri obiettivi.